Transumanza

La Transumanza della pace

“Guardate le mucche e ricordate che i più grandi scienziati del mondo non hanno mai scoperto come trasformare l’erba in latte.” Michele Pupin

Cosa accadrebbe se improvvisamente scomparissero gli uomini della nostra vita? Figli, compagni, padri. Zii e cugini. Tranquilli vicini di casa, signori distinti che alla sera passeggiano con un cane che gli assomiglia, esuberanti giovanotti tatuati e ragazzini che trascorrono i pomeriggi estivi a smanettare con la playstation.

Tutti scomparsi.

E’ quanto accadde nel luglio del 1995 quando le truppe a comando del sanguinario Ratko Mladic divisero gli uomini dai 13 ai 65 anni dalle donne, sotto gli occhi vergognosamente chiusi dei soldati dell’Onu, dell’Europa e del mondo intero. In tutti i villaggi appartenenti all’enclave di Srebrenica le “tigri di Arkan” si resero responsabili del genocidio di 8372 musulmani bosniaci e della distruzione di interi villaggi.

Negli anni successivi il nulla. Solo l’alienazione dei campi profughi, il silenzio del lutto e lo struggersi nella malinconia di donne, bimbi piccoli e uomini anziani ai quali era stato tolto il futuro, mentre i boschi cancellavano la memoria dei pascoli e degli alpeggi.

Provate a pensare ora ad una mucca, al suo ruminare incessante, al suo sguardo indecifrabile ed alla prima associazione che ci viene in mente quando pensiamo a questo mammifero ovvero il latte. Il primo alimento di ogni essere umano, un concentrato di vita e di amore.

Così, Gianni Rigoni Stern, figlio del mai abbastanza letto Mario, “ammalato” di montagna e con il cuore grande che hanno gli uomini di poche parole e molti fatti, qualche anno fa decise di aiutare altri montanari che, dal 2000 in poi, avevano iniziato, timidamente, a tornare in quella che era stata la loro terra. A tirar su case di mattoni senza intonaco, quasi a voler sottolineare la povertà e il ricordo del lutto, a costruire ricoveri di fortuna per gli attrezzi, a ripulire i boschi inselvatichiti e coltivare la montagna con una difficoltà in più: l’assenza degli insegnamenti della generazione scomparsa, quelli che ti aiutano a far partorire una mucca se il veterinario è bloccato dalla neve e che ti fanno riconoscere le piante officinali dalle felci infestanti. Mario Rigoni Stern infatti era solito dire che “ci voleva più competenza ed intelligenza a fare il contadino che il direttore di banca”.

Una sorta di transumanza la sua, un percorso virtuoso che fu battezzato appunto “TransuManza della Pace” che ha coinvolto la Provincia Autonoma di Trento, la comunità degli Allevatori rendenari, la Comunità dei contadini – allevatori di Suceska (BiH) e le 48 manze e manzette di razza Rendena, quelle mucche dal manto color nocciola e dall’espressione simpatica che nei miei camminamenti lungo l’Ortigara, e le trincee scavate da soldati-ragazzini durante la Grande Guerra, spesso mi capitava di incontrare.

Gianni ha visitato più e più volte questi luoghi, ha controllato come i contadini tenevano gli attrezzi e l’unica mucca, fonte di sostentamento della comunità con il suo latte e i prodotti caseari ad esso legati, quanto pulite erano le case e le stalle. Ed ha scelto, non senza difficoltà, le famiglie da coinvolgere nel progetto nato appunto con i finanziamenti messi a disposizione dalla provincia.

Nel 2010 arrivarono le prime mucche, nel 2011 altre ancora e poi anche 2 trattori, donati da un gruppo di giovani professionisti di Treviso.

Gianni Rigoni continua  ancora oggi a  dedicare tempo, energie e generosità a popolazioni geograficamente vicine a noi che hanno vissuto, in un passato molto recente, le atrocità della guerra e lefferatezza del Genocidio. Perché i processi di democratizzazione  e rieducazione sono lunghi, ma necessari. (cit.)

In questa avventura è stato accompagnato dalla bravissima regista Roberta Biagiarelli, che ha testimoniato con un documentario emozionante questa fiaba del terzo millennio, che è possibile trasformare in realtà visitando il sito www.babelia.org.

E vi emozionerete fino alle lacrime ascoltando le parole di un’anziana contadina, tornata nella sua terra dopo anni di campo profughi: “Qui l’alba è sempre bella: sempre diversa e sempre uguale.”

 

Articolo di Anna Maria Pellegrino di La Cucina di QB

17 luglio 2017